Pensieri intorno ai recenti abbattimenti dei viali di pini

08-06-2019

Pensieri intorno ai recenti abbattimenti dei viali di pini#1
Autore:
Valentino Ceccobelli

Valentino Ceccobelli


Demolizione-ricostruzione. In genere si dice dell’architettura, degli edifici, dei quartieri, quando si vuole liberare spazio per strade o nuovi edificati di stile più moderno. A Terni sta avvenendo ultimamente per le alberature. Si nota bene, perché vie importanti della città stanno vedendo i loro pini essere tagliati fino in fondo. E’ una trasformazione epocale in atto da qualche anno: probabilmente logica conseguenza dell’oggettivo disagio che le radici allargandosi orizzontalmente hanno recato alle strade, oltre che scelta politica di questa amministrazione di destra. Probabilmente anche la sinistra prima o poi avrebbe deliberato massicciamente di cambiare il volto di importanti viali alberati della città. Certo, se si guarda alla storia anche solo del Novecento di grandi trasformazioni urbane attuate con questa modalità, estremizzando un po', si nota essere operazione culturale di destra quella degli sventramenti romani di via della Conciliazione, o dei Fori imperiali per citare le due più grandi; forse più legata alla sinistra quella che nel dopoguerra cambiò il volto della campagna e si inventò la periferia. 

Certamente sono operazioni molto diverse dal cambiare essenze arboree. Per l’esempio di Roma si scelse di creare una nuova teatralità urbana, perseguendo visioni retoriche di spazi della contemplazione di luoghi a cui si dà un valore di riverenza storica e culturale, come il tempio della cristianità e il cuore della antica civiltà, di cui si conserva  per quest'ultimo uno stato complessivo di maceria. La città del dopoguerra doveva invece con fiducia conquistare il territorio e distribuire la vita moderna ormai definitivamente.

Molto distanti sono effettivamente questi esempi, però mi sono venuti in mente perché, anche soltanto con il taglio di grandi e distese alberature, appare un volto totalmente diverso della città. Anche qui in un certo senso riaffiora la città del passato, che per noi a via Di Vittorio è il recente passato, quello dell’espansione massiccia degli anni ’60. Quando si tagliano larghe superfici disegnate dagli alberi è come tornare a quando quelle zone furono costruite: i palazzi appena tirati su, intorno ai quali la natura in genere è inizialmente respinta, perché le esigenze anche solo di accessibilità del cantiere, oltre alla necessità di vedere cristallino il pensiero dell’architetto sono forti. Il pensiero va a fotografie degli anni ’60 di luoghi della città che almeno una volta tutti abbiamo visto. Magari foto di famiglia, quando nostri genitori crescevano in quartieri di nuova periferia con piante mingherline appena inserite. Pare sia finito un ciclo.

Una certa idea di inconscia bellezza secondo me appare alla visione di uno scenario urbano appena ringiovanito dopo la caduta di una folta chioma da quindici metri di altezza. E’ la visione dei volumi architettonici nudi e crudi sotto la luce, paralleli o non agli altri, che attrae il nostro sguardo tenendoci per un attimo inchiodati ad una purista idea di bellezza. Le ombre che le membrature dei palazzi distribuiscono negli spazi con i loro aggetti ci appaiono più chiare a formare un disegno più compiuto di quello che si vede insieme agli alberi. Poi dopo un po' iniziamo a ragionare e cerchiamo di inserire da qualche parte col cervello un nuovo disegno arboreo. Prima di ciò verrebbe anche di sostenere l’idea di non piantare alberi affatto, così da vedere soltanto case e palazzi nel loro vicendevole rapporto binario, cosi come è la città storica. Ma sappiamo che nuovi alberi verranno piantati, perché ce lo dice la saggezza, l’ecologia, la conoscenza delle dinamiche della cultura moderna. Banalmente ci arriva anche il pensiero della paura dell’insolazione estiva, se larghe e lunghe strade come via di Vittorio venissero lasciate assolate. E poi il respirare.

Vedere poi la fila centrale di cespugli e siepi adesso diventata centro di attenzione ci fa pensare al sud, a luoghi più esotici, o semplicemente più curati come la Francia, dove filari di essenze disegnano gli spazi della percorrenza. Ci accorgiamo che c’è dell’esotismo anche da noi; che fino ad ora con i pini avevamo un colore mediterraneo prevalente, e da oggi acquisiremo un colore diverso. Vedremo quale sarà. Le indicazioni che abbiamo dalle nuove piantumazioni di questi anni nei quartieri ci parlano innanzitutto di abbondanza, di ricchezza quantitativa di essenze le une molto vicine alle altre. Io non mi intendo di botanica e scienze naturali, per cui neanche so riconoscere bene le essenze, se non quando diventano molto grandi; poi non mi intendo di disegno naturale e di come si progetta la natura della città. Riconosco che un viale di platani, come in cima a via Turati, dona un certo effetto, che non è quello degli olmi (o tigli?) di via Trento, o via Trieste, o la passeggiata. Via Battisti con le sue piantine piccole, forse da frutto, ha un suo carattere. E dove ci sono gli scuri lecci un altro ancora, come in via Oberdan.

Diremo pian piano addio ai dinamici pini, la cui vista ci ha dato comunque piacere, oltre che profumo. Con la chioma alta e a cappello ci ha concesso di adagiarci sotto (e anche di cercare i pinoli, attività che ho molto amato da piccolo). Ci aspetta un avventurarci nuovo in mezzo a nuove essenze più rette; e avremo nuovi boschetti urbani, perché mi pare che Terni non voglia rinunciare ad essere una città verde, come dicono tutti quelli che la vedono per la prima volta.

Via Lungonera sta iniziando ad essere diversa con i nuovi filari. L’abbattimento di quei pini ci ha fatto rivedere più limpidamente la palazzina di testata di città giardino di primo novecento. Forse hanno anche disegnato un camminamento pedonale gradevole che ci porta fino alla bizzarra passerella di cemento. Ora si vede anche meglio come quel parco longitudinale che costeggia il fiume sia un enigma di questa città (magari lo è solo per me). Tante essenze disposte in maniera un po' caotica, forse all’inglese. In verità tutta città giardino è per me un enigma, come in genere i quartieri urbani di inizio novecento di tutte le città. Come diceva un mio professore: il dramma è che noi siamo cambiati ma le case stanno sempre lì uguali a come erano al momento della loro gestazione (in quel caso si riferiva allo straniamento che si prova a Roma nel quartiere salario-nomentano pieno di villini degli anni ’20).

Cambiare un filare di alberi è solo un piccolo gesto di rinnovamento urbano. Quando si apre una faglia si vedono meglio le ferite che restano aperte, e mi pare che questa città sia piena di pezzi più o meno compiuti, più o meno sensati che verrebbe voglia di unire, cucire, ampliare, eliminare o valorizzare o rifare. Mi auguro che si riuscirà pian piano a disegnare degli spazi che più ariosamente soddisfino il bisogno di accessibilità di tutti. Se partire dagli alberi può servire, allora che si riesca a disegnare meglio gli spazi dei pedoni, delle bici, delle macchine (perché siamo diventati esseri che devono spostare macchine), delle case, in una maniera che non sia però solo distribuzione di larghezze standard, ma che rientri in un disegno organico che abbia un senso che guardi alla bellezza e all’utilità parimenti. Siamo nati espressionisti, nel bene e nel male, perché Ridolfi ci ha chiuso dentro anelli (tranelli!!) o in lotti cubisti. Ora che facciamo? Continuiamo a girare, ad arrotondarci (ci danno le rotonde carucce come contentino, o i palazzi ufoidali), o vogliamo rettificarci? Lo scoprirà l’uomo del tremila J

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