Di vinili, audiofilia ed altre storie: qualche considerazione

10-06-2019

Di vinili, audiofilia ed altre storie: qualche considerazione#1 Di vinili, audiofilia ed altre storie: qualche considerazione#2
Autore:
Saverio Paiella

Saverio Paiella

Quante volte ci sarà capitato di sentire, specialmente da parte di qualcuno un pò più avanti con l'età, la famosa frase “eh ma il vinile ha un suono più caldo” ? Quanto c'è di vero in questa affermazione ? Cercheremo in queste brevi righe non solo di rispondere a questa domanda ma anche di fare qualche considerazione su quale sia attualmente la situazione riguardo il tema della riproduzione e dell'ascolto musicale, visto che luoghi comuni e fraintendimenti sono sempre dietro l'angolo.


La riproduzione sonora ha sempre necessitato di qualche tipo di formato fisico: i cilindri di cera di Edison, i dischi in ceramica prima e in vinile poi, le bobine di nastro magnetico. Alla fine degli anni '80 il CD è il primo formato sonoro che fa uso di dati immagazzinati in digitale. La stessa tecnologia, permette adesso la fruizione anche a livello direttamente informatico, la cosiddetta “musica liquida”, sia essa presente direttamente in qualche nostro device (computer, smartphone, media player) o sia essa ascoltata tramite un servizio di streaming.


I difetti che la riproduzione analogica incontra sono quelli derivanti da questioni puramente fisco-meccaniche: un 33giri viene letto tramite una testina che sfrega a contatto con la superficie ed è ovvio che nel tempo, per quanto basso, l'attrito consumi un po' i solchi; inoltre ogni agente esterno presente, polvere e sporcizia va a inficiare la qualità di quello che andiamo ad ascoltare. Stesso discorso vale per i nastri, dalle grosse bobine da studio, alle vecchie cassette che tutti avevamo a casa: l'attrito tra nastro e testina col tempo finisce per portare via un po' del materiale magnetico di cui il nastro è rivestito. Questo solo per avere un'idea delle problematiche principali, nella realtà ce ne sono molte altre in cui in questa sede non ci addentriamo.


Eppure... Eppure sono convinto che a molti sarà capitata una situazione del genere: il nostro zio audiofilo, ex rockettaro, magari dopo la cena col parentame, comincia a tessere le lodi degli anni della sua gioventù, e preso da un'impeto quasi “missionario” ci porta nel salotto in cui accende il suo sacro impianto stereo (che probabilmente occupa anche uno spazio considerevole della stanza); dal suo reliquiario personale tira fuori una classico dell'epoca, tipicamente un “The Dark Side Of The Moon” dei Pink Floyd, un “Led Zeppelin II”, o un “Made in Japan” dei Deep Purple, lo mette sul piatto e con cura sistema la puntina. Sono quasi sicuro che in quella situazione, anche da profani, siamo riusciti ad apprezzare una qualità sonora migliore, lì sul divano mentre il nostro zio pronuncia, con la faccia soddisfatta, la fatidica frase “eh ma il vinile ha un suono più caldo”. E in quel momento è difficile dargli torto.


Ma analizziamo bene la situazione. Se vogliamo capire da cosa deriva questa superiore esperienza sonora, se ci si riflette un attimo su, il fatto che stiamo ascoltando un opera su vinile non è l'unica variabile da prendere in considerazione. Proviamo a fare qualche considerazione:


  • La dimensione affettiva: il nostro ipotetico zio ci ha introdotto all'ascolto collegandolo alle proprie esperienze personali, ai suoi ricordi, al contesto storico ecc. Se abbiamo un minimo di empatia saremo stati indotti dai suoi discorsi in quello che i psicologi chiamano in gergo tecnico bias positivo, ovvero avremo maturato una certa predisposizione a orientare positivamente i nostri giudizi verso le posizioni dell'interlocutore.


  • Aumento della soglia di attenzione: viviamo in una società improntata sul multitasking. Facciamo sempre mille cose contemporaneamente e ascoltare musica è una di quelle. La ascoltiamo mente chiattiamo su internet, mentre stiamo scrivendo qualcosa, mentre guidiamo, mentre facciamo jogging, è di sottofondo nel pub dove stiamo bevendo birra con gli amici ecc ecc. Diciamocelo, quasi mai stiamo ascoltando musica e basta. Il nostro zio ci ha posto invece in una situazione peculiare: siamo li sul divano, io, lui e il nostro impianto. Basta.


  • Presenza di un vero impianto stereo: nella stanza ci sono due grosse casse poste simmetricamente rispetto al divano dove siamo seduti. L'impianto presente, che comprende probabilmente diverse sezioni separate (giradischi, lettore cd, radio e amplificatore), è stato acquistato probabilmente in un periodo storico in cui, nel mercato dei consumi familiari, avere un buon hi-fi era un valore di poco inferiore a quello di avere una bella casa e una bella macchina. Quanto è diversa questa situazione rispetto alle casse del nostro computer portatile, all'audio della macchina e alle cuffiette da 6 euro dei cinesi ? Eppure sono questi i modi principali in cui ascoltiamo musica. La stereofonia nasce con lo scopo di ricreare la disposizione dei suoni nello spazio in tutto lo spazio antistante l'ascoltatore utilizzando due soli diffusori (le due casse) posti uno a destra e uno a sinistra ad una certa distanza tra di loro e ad una certa distanza da noi. Se tutto ciò è stato settato bene avremo l'illusione acustica che i suoni ci circondino, la sensazione che ad esempio, ascoltando una registrazione di classica, sentiamo i diversi strumenti come se provenissero dalla posizione in cui si troverebbero davvero mettendoci nella posizione del direttore d'orchestra. C'è da sottolineare che il fatto che sebbene un buon paio di cuffie possa dare un ascolto soddisfacente, queste non potranno mai sostituire l'esperienza sonora data da due diffusori in una stanza.


  • La qualità della musica a livello di scrittura e performance. L'era del vinile coincide storicamente con un periodo storico in cui la musica popolare (in senso lato) ha raggiunto i suoi apici. Questo non vuole assolutamente dire che ora non ci sia ottima musica in giro. Ma mentre prima si produceva meno musica ora se ne produce molta di più ma anche, mediamente, al netto di ovvi giudizi soggettivi, di minor qualità. Anche se adesso c'è stato un ritorno al vinile come oggetto di feticcio e dunque anche i nuovi artisti spesso pubblicano in questo formato, è più probabile che l'appassionato vada in cerca sopratutto di album in qualche modo “storici”, rendendo più probabile che l'esperienza dell'ascolto sia più positiva.


  • L'impossibilità fisica della cosiddetta “loudness war”: non so se vi è mai capitato di sentire parlare di loudess war, ma cerchiamo insieme di capire cosa si tratta. Se prendete un album, lo stesso album ristampato in diversi anni, e confrontate tra loro le diversi versioni, molto probabilmente, anche un orecchio meno allenato noterà una cosa: più le edizioni sono recenti più suonano forte a livello di volume. Questo perché, dato che l'orecchio umano, per ragioni fisiche, percepisce sempre un suono a volume più alto come “migliore” le case discografiche hanno spinto i tecnici di master a sfornare dischi che suonassero sempre più forti, perché in radio e in tv “il mio brano deve suonare più forte del tuo” quindi avere un impatto maggiore sull'ascoltatore. In realtà non è possibile alzare il volume all'infinito quindi quello che accade nei studi di mastering (la fase di aggiustamento finale della produzione di un disco) è che il suono viene compresso, ovvero viene ridotta la gamma dinamica, la differenza tra i suoni più tenui e quelli più forti. Questo ci da l'illusione di un suono di volume maggiore perché mediamente viene tenuto più alto, ma ciò che ci perdiamo sono tutte le belle sfumature, necessarie nella musica tutta, tra suoni deboli e suoni forti. Inoltre l'ascolto di una album intero è faticoso perché la membrana del nostro timpano è sempre in tensione e non si rilassa mai. Dischi famosi per aver ecceduto in questa fase sono ad esempio “Californication” dei Red Hot Chili Peppers e “Death Magnetic” dei Metallica.

    Il vinile stavolta ha un vero pregio: non è possibile da un punto di vista fisico eccedere così tanto in compressione in quanto si avrebbero problemi proprio nella creazione dei solchi. Di conseguenza viene fatto sempre un processo di mastering diverso dal cd, fatto apposta per il vinile e, sebbene il cd ci permetta di avere (se solo volessimo) una gamma dinamica maggiore, il vinile ci impedisce di averne una troppo limitata. Rimane quindi un formato inferiore al digitale ma ci preserva da errori che noi umani facciamo.


  • La cattiva reputazione iniziale del CD: sempre rimanendo in tema di mastering, la cattiva reputazione del digitale come suono “freddo” nasce agli albori di questa tecnologia. Siamo alla fine degli anni '80 e in effetti i primi master di alcuni dischi famosi su CD non sono esaltanti. Ma ciò non dipendeva dal formato in sé ma dall'apparecchiatura utilizzata ai tempi. Da anni ormai i master sono mediamente migliori, tuttavia quella prima valutazione iniziale è rimasta nell'immaginario collettivo a designare la musica digitale come fredda e senz'anima.


Quindi concludendo, quello che voglio dire è che il formato analogico non è tecnicamente meglio del digitale. I vinili non suonano meglio. Quello che succede è che la fruizione dell'audio in analogico è spesso accompagnata a tutta una serie di fatti di cui abbiamo parlato che fanno si che la nostra esperienza sia migliore. A parità di condizioni positive (buon impianto, attenzione, buon mastering ecc) il digitale è sempre migliore, ma l'analogico in qualche modo “ci obbliga” a rispettarle. Nonostante tutto un buon vinile è ancora li a dirci:


Ehi, mi hai trovato, mi hai pagato, mi hai voluto: ora io e te ci passiamo un po' di tempo insieme. E lasciamo il mondo e il suo caos per un po' la fuori. E vedrai che non te ne pentirai.

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